Metamorfosi

 DafneIl corpo della vergine Dafne è celato nella materia dura ed immobile dell’albero: le radici la vincolano alla terra e le braccia, nella forma di rami, sono incatenate e protese al cielo.

Sotto queste sembianze ha potuto fuggire gli uomini; ma l’orgoglio di essere inviolata col tempo è diventato arido gelo.

 Ogni primavera il giardino in cui vive si riempie di fiori profumati: sono l’abito vistoso con cui si adornano le altre piante, sono un invito sensuale per le infaticabili api che le impollinano.

Ogni estate i rami delle sorelle si piegano sotto il peso di rubidi frutti.

 Lei non partecipa alla liturgia della primavera per lo stesso incantesimo che l’ha sottratta al rito della fecondità umana. La sua castità inviolata è una condanna alla solitudine ed alla sterilità.

 In marzo l’anziano sileno si addentra per caso nel giardino e l’olfatto è colpito da qualcosa di insolito. I sensi ben allenati lo spingono al cospetto dell’albero che non è un albero.

Il sileno è un uomo non umano: la sua mente formula pensieri semplici, è curioso come una scimmia, proteso al piacere immediato, non teme l’insolito ma ne è affascinato.

Non è umano neppure nell’aspetto.

Il suo corpo gli dice che oltre la corteccia di quell’alberello c’è altro, forse per l’odore di muschio umido, di terriccio bagnato, che ricorda un po’ il pelo bagnato di una cerva o un frutto anche troppo maturo. Si sente attratto e si avvicina.

Dato che la vista non coglie nulla, prova col tatto.

 Appena poggia la mano sul fusto della piantina ha la certezza di avere davanti a sé una femmina di una qualche specie di animale mai incontrato prima. Non sa della magia che l’ha creata, ma non se ne cura. La sua mente lineare e saggia non ama perdersi in speculazioni. Gli interessa il presente, non certo il passato o il futuro!

 Scivola con la mano lungo il tronco e percepisce un fremito di paura, attesa e speranza.

 Così il travestimento che per secoli mi ha protetta dall’interesse degli uomini non è bastato ad ingannare la bestia! Passata l’eccitazione della scoperta, la corteccia legnosa e ruvida l’allontanerà, alla fine la mia immobilità gli verrà a noia e se ne andrà.

 Ma la piantina, formulando tra sé e sé queste parole, non prova affatto sollievo.

 Tutto tornerà ad essere come è sempre stato: un uniforme mare di solitudine e vuoto.

 Oh, no! Rimani! Lascia le tue mani sul mio tronco. Cercherò di smussare l’asprezza della mia corteccia. Resta e toccami ancora, accarezzami e stringimi. Se solo potessi sentirmi!

 Il sileno è sordo ai pensieri della pianta, eppure ne condivide le pulsioni. Quando con le dita l’ha sfiorata il corpo ha provato piacere, il sangue ha preso a scorrere più turbolento, carico di ormoni di benessere e desiderio. Ne vuole ancora e prolunga il contatto.

 Vi posa la testa, annusa e se ne riempie i polmoni. Poggia l’altra mano e si avvicina. L’alberello è immobile, ma gli sembra che non lo stia respingendo, piuttosto chiamando a sé.

 La superficie aspra si attenua, si liscia; il legno umido e muschioso sembra riscaldarsi, la durezza del tronco si fa morbida rotondità.

Non vede, ma sente una nuova forma davanti a sé: spalle magre, un vitino sottile, fianchi larghi, glutei pieni.

La sua immobilità non è più un ostacolo: le braccia sono sempre rami protesi al cielo, le gambe sono ancora legate al terreno, ma le carezze l’hanno resa plastica quanto occorre per chinare un po’ il busto in avanti, incurvare la schiena e protendere il bacino per offrire le terga. È come il legno di un arco in tensione, in attesa di rilasciare l’energia che ha accumulato.

È un invito che non può essere frainteso.

Ed il sileno lo coglie.

 La stringe da dietro, ne esplora le forme, preme il corpo villoso contro la sua schiena e si gode il contatto senza fretta; tanto lei non può scappare, né lo vorrebbe.

Le bacia la nuca, appena sotto l’attaccatura della chioma, mentre con le mani riconosce le braccia di lei, incatenate, e ne percorre la superficie prima verso l’alto, poi in senso inverso. Strofina il bacino contro le natiche setose di lei, non ha alcuna intenzione di staccarsene. Le mani scendono a carezzarle il viso, la fronte, le palpebre tremule, le gote e la bocca. Le labbra sono schiuse e gli si insinua dentro con le dita: è una bocca bella e accogliente. Poi scorre le sue mani ruvide sul mento delicato e la gola sottile e lì indugia un po’, com’è fragile questa creatura. Riprende l’esplorazione di quel bel corpo che gli si rivela al tatto ma non alla vista: le clavicole, il petto, i seni divenuti morbidi ed abbondanti sotto le sue carezze. Può sentire le costole sotto le dita, sporgere per via della sua posizione arcuata, che l’invita a penetrarla. Ma prima vuole esplorare palmo a palmo quel corpo che gli si sta rivelando: le pelvi, le ossa del bacino sotto la pelle sottile, l’attaccatura delle gambe, l’inguine. Sente il calore di quella carne che freme sotto lo scorrere delle sue dita, i brividi di piacere che si riverberano fino alla punta dei suoi rametti.

Nel legno si sono scolpiti gli organi preposti a soddisfare i desideri della donna che imprigiona: genitali perfetti con labbra gonfie e calde che appena nascondono il clitoride e l’apertura della vagina.

La donna è incatenata e muta, ma è come se strillasse: ti prego, entra dentro di me, ti prego, appaga la mia profondissima fame, dissetami, penetrami, riempimi e fammi godere!

E così il sileno la soddisfa: dopo aver esplorato le sue intimità con le dita, si congiunge a lei. Sente la vulva ardente, la vagina bagnata e stretta, che si contrae quando inizia a penetrarla: è pur sempre una vergine il cui corpo combatte tra desiderio e terrore.

Ma basta far piano per rendere il dolore sopportabile, per rendere il dolore piacere; il lacerarsi dell’imene è una liberazione; il sangue abbondante si mescola ai fluidi della sua eccitazione.

Ed infine al seme di lui.

 Così come le sorelle del giardino sono fecondate dalle api, anche la nostra piantina è ora gravida ed aspetta di vedere crescere frutti in cima ai suoi rami. In estate matureranno, saranno raccolti e si propagheranno. E la primavera ventura il sileno tornerà per avviare un nuovo ciclo di fecondità.

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