Toss a coin

Coin-Toss

 

Non so se è una buona idea finire a letto di nuovo, con tutto quello che c’è stato, i sentimenti, i cuori infranti, non ci siamo parlati per anni, ora siamo amici.

Hai ragione, ciao.

NOOO! Aspetta, lanciamo una monetina! Croce sesso, testa non-sesso.

Bah, lancia…

Testa… forse è meglio così.

Infatti, ciao.

NOOO! Aspetta… sai, a volte le donne devono essere prese con la forza…

Ah!

 

Al che finalmente mi prende per un polso, mi trascina in casa e mi sbatte come mi merito! Oh!!

La Bibliotecaria

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Negli ultimi giorni di ciclo ho gli ormoni così sottosopra, che il più piccolo stimolo mi eccita; sono costantemente bagnata, il clitoride pulsa ed i capezzoli sviluppano una volontà autonoma (una volta hanno molestato un uomo).

Mercoledì scorso sono tornata a casa esausta, sono sgusciata via dai vestiti e scivolata tra le lenzuola con il mio vibratore preferito.

 L’orgasmo è arrivato inatteso, scialbo e sbiadito: non me ne sarei neppure accorta se non avessi sentito il dildo muoversi nella mano al ritmo delle mie contrazioni.

 Ma cos’è sta roba??! Non ci siamo proprio, ricominciamo!

 La seconda è stata meglio fin dall’inizio: ero già fradicia, gonfia, sensibile, soprattutto lungo la parete anteriore della vagina, fino in fondo. Ed anche se ero sola, mi sentivo gemere come quando faccio l’amore con uno dei miei uomini.

 Durante la masturbazione l’immaginazione corre da uno scenario all’altro, molteplici situazioni e persone diverse; è raro che mi soffermi su qualcosa in particolare. Poi, quando sento di star per venire, devo liberare la mente da ogni pensiero e concentrarmi sulle sensazioni fisiche. Le fantasie mi distraggono, mi tengono in tensione e mi allontanano dall’obiettivo. Ma questa volta sono rimasta intrappolata nello scenario che avevo evocato.

 Sono nella biblioteca presso cui lavoro, supina, riversa sul tavolo centrale della sala grande. Sono un tutt’uno con la superficie su cui giaccio, non riesco neppure a sollevare la testa. Inizialmente riesco a vedere solo gli scaffali ricolmi di libri addossati alle pareti, alti fino al soffitto. So di essere nuda, esposta allo sguardo di chiunque fosse entrato, completamente inerme. Nonostante ciò non provo il bisogno di coprirmi o scappare; al contrario lo trovo liberatorio: Bene, ora che mi hanno visto non ho più bisogno di nascondermi! Delle persone si avvicinano; tra questi riconosco alcuni miei colleghi piuttosto anziani. Sento sguardi carichi di desiderio provenire dall’alto dei loro volti severi, gravi. Io sono sempre incollata al tavolo: non posso né provo il minimo desiderio di andarmene. Sono a disposizione dei visitatori della biblioteca, come lo sono i libri sugli scaffali. Li osservo di rimando e senza parlare è come se mi offrissi: Prendetemi e traete piacere da me, toccatemi, penetratemi. E così li sento uno per volta, a turno, avvicendarsi dentro i miei orifizi. In silenzio, con ordine e solennità, come si confà all’austero luogo del sapere in cui ci troviamo.

Il piacere consisteva nel donarsi, nel regalare piacere senza alcuno sforzo, passivamente, semplicemente abbandonandosi. Un piacere talmente intenso che sono venuta urlando.

Metamorfosi

 DafneIl corpo della vergine Dafne è celato nella materia dura ed immobile dell’albero: le radici la vincolano alla terra e le braccia, nella forma di rami, sono incatenate e protese al cielo.

Sotto queste sembianze ha potuto fuggire gli uomini; ma l’orgoglio di essere inviolata col tempo è diventato arido gelo.

 Ogni primavera il giardino in cui vive si riempie di fiori profumati: sono l’abito vistoso con cui si adornano le altre piante, sono un invito sensuale per le infaticabili api che le impollinano.

Ogni estate i rami delle sorelle si piegano sotto il peso di rubidi frutti.

 Lei non partecipa alla liturgia della primavera per lo stesso incantesimo che l’ha sottratta al rito della fecondità umana. La sua castità inviolata è una condanna alla solitudine ed alla sterilità.

 In marzo l’anziano sileno si addentra per caso nel giardino e l’olfatto è colpito da qualcosa di insolito. I sensi ben allenati lo spingono al cospetto dell’albero che non è un albero.

Il sileno è un uomo non umano: la sua mente formula pensieri semplici, è curioso come una scimmia, proteso al piacere immediato, non teme l’insolito ma ne è affascinato.

Non è umano neppure nell’aspetto.

Il suo corpo gli dice che oltre la corteccia di quell’alberello c’è altro, forse per l’odore di muschio umido, di terriccio bagnato, che ricorda un po’ il pelo bagnato di una cerva o un frutto anche troppo maturo. Si sente attratto e si avvicina.

Dato che la vista non coglie nulla, prova col tatto.

 Appena poggia la mano sul fusto della piantina ha la certezza di avere davanti a sé una femmina di una qualche specie di animale mai incontrato prima. Non sa della magia che l’ha creata, ma non se ne cura. La sua mente lineare e saggia non ama perdersi in speculazioni. Gli interessa il presente, non certo il passato o il futuro!

 Scivola con la mano lungo il tronco e percepisce un fremito di paura, attesa e speranza.

 Così il travestimento che per secoli mi ha protetta dall’interesse degli uomini non è bastato ad ingannare la bestia! Passata l’eccitazione della scoperta, la corteccia legnosa e ruvida l’allontanerà, alla fine la mia immobilità gli verrà a noia e se ne andrà.

 Ma la piantina, formulando tra sé e sé queste parole, non prova affatto sollievo.

 Tutto tornerà ad essere come è sempre stato: un uniforme mare di solitudine e vuoto.

 Oh, no! Rimani! Lascia le tue mani sul mio tronco. Cercherò di smussare l’asprezza della mia corteccia. Resta e toccami ancora, accarezzami e stringimi. Se solo potessi sentirmi!

 Il sileno è sordo ai pensieri della pianta, eppure ne condivide le pulsioni. Quando con le dita l’ha sfiorata il corpo ha provato piacere, il sangue ha preso a scorrere più turbolento, carico di ormoni di benessere e desiderio. Ne vuole ancora e prolunga il contatto.

 Vi posa la testa, annusa e se ne riempie i polmoni. Poggia l’altra mano e si avvicina. L’alberello è immobile, ma gli sembra che non lo stia respingendo, piuttosto chiamando a sé.

 La superficie aspra si attenua, si liscia; il legno umido e muschioso sembra riscaldarsi, la durezza del tronco si fa morbida rotondità.

Non vede, ma sente una nuova forma davanti a sé: spalle magre, un vitino sottile, fianchi larghi, glutei pieni.

La sua immobilità non è più un ostacolo: le braccia sono sempre rami protesi al cielo, le gambe sono ancora legate al terreno, ma le carezze l’hanno resa plastica quanto occorre per chinare un po’ il busto in avanti, incurvare la schiena e protendere il bacino per offrire le terga. È come il legno di un arco in tensione, in attesa di rilasciare l’energia che ha accumulato.

È un invito che non può essere frainteso.

Ed il sileno lo coglie.

 La stringe da dietro, ne esplora le forme, preme il corpo villoso contro la sua schiena e si gode il contatto senza fretta; tanto lei non può scappare, né lo vorrebbe.

Le bacia la nuca, appena sotto l’attaccatura della chioma, mentre con le mani riconosce le braccia di lei, incatenate, e ne percorre la superficie prima verso l’alto, poi in senso inverso. Strofina il bacino contro le natiche setose di lei, non ha alcuna intenzione di staccarsene. Le mani scendono a carezzarle il viso, la fronte, le palpebre tremule, le gote e la bocca. Le labbra sono schiuse e gli si insinua dentro con le dita: è una bocca bella e accogliente. Poi scorre le sue mani ruvide sul mento delicato e la gola sottile e lì indugia un po’, com’è fragile questa creatura. Riprende l’esplorazione di quel bel corpo che gli si rivela al tatto ma non alla vista: le clavicole, il petto, i seni divenuti morbidi ed abbondanti sotto le sue carezze. Può sentire le costole sotto le dita, sporgere per via della sua posizione arcuata, che l’invita a penetrarla. Ma prima vuole esplorare palmo a palmo quel corpo che gli si sta rivelando: le pelvi, le ossa del bacino sotto la pelle sottile, l’attaccatura delle gambe, l’inguine. Sente il calore di quella carne che freme sotto lo scorrere delle sue dita, i brividi di piacere che si riverberano fino alla punta dei suoi rametti.

Nel legno si sono scolpiti gli organi preposti a soddisfare i desideri della donna che imprigiona: genitali perfetti con labbra gonfie e calde che appena nascondono il clitoride e l’apertura della vagina.

La donna è incatenata e muta, ma è come se strillasse: ti prego, entra dentro di me, ti prego, appaga la mia profondissima fame, dissetami, penetrami, riempimi e fammi godere!

E così il sileno la soddisfa: dopo aver esplorato le sue intimità con le dita, si congiunge a lei. Sente la vulva ardente, la vagina bagnata e stretta, che si contrae quando inizia a penetrarla: è pur sempre una vergine il cui corpo combatte tra desiderio e terrore.

Ma basta far piano per rendere il dolore sopportabile, per rendere il dolore piacere; il lacerarsi dell’imene è una liberazione; il sangue abbondante si mescola ai fluidi della sua eccitazione.

Ed infine al seme di lui.

 Così come le sorelle del giardino sono fecondate dalle api, anche la nostra piantina è ora gravida ed aspetta di vedere crescere frutti in cima ai suoi rami. In estate matureranno, saranno raccolti e si propagheranno. E la primavera ventura il sileno tornerà per avviare un nuovo ciclo di fecondità.

La Gatta ed il topo

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Alla Gatta piace il topo: dormire teneramente appallottolati, le coccole, le leccatine reciproche sono accolte da fusa voluttuose.

Alla Gatta piace anche giocare col topo: ricorrersi come nella caccia, soffiare, mordere e graffiare.

La Gatta tende un agguato, il topo si nasconde, trema, ha paura; ma ugualmente esce allo scoperto e comincia a correre. Sa che la Gatta ne gode e l’accontenta.

Fa in modo di farsi acchiappare, non troppo presto, per non rovinare il gusto dell’inseguimento; ma neppure la tira troppo per le lunghe. Non vede l’ora si sentirsi le sue zampette addosso, le unghie appuntite sul dorso, quei morsetti finti con i canini affilati nella carne.

Il topo vuole compiacere la Gatta: si prodiga in astuzie e simulazioni per conquistare l’attenzione della sua amata e soddisfarne le pulsioni.

La Gatta non recita, asseconda la propria natura.

E’ un gioco pericoloso. Nella foga della lotta un morso potrebbe essere troppo stretto ed un graffio troppo profondo. Prima o poi la Gatta ucciderà il topo.

 

La Cagna 2

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Sonia è una cagna in calore.

Langue perché il suo uomo fa l’amore con lei troppo di rado, dice. Ma io mi sono convinta che si tratti di una ninfomane che non può essere appagata.

Ti prego, mi chiede, un bacio o una carezza, o un dito almeno fammelo sentire, ti prego.

Le ho detto che difficilmente concedo ricompense al primo incontro, preferirò esercitarmi con le corde e basta.

Ma nella mia mente si disegnano altre immagini.

E’ da un po’ che desidero immobilizzare una donna al tavolo della cucina, prona sulla superficie di legno massiccio. È bendata. I polsi sono legati con delle corde alle gambe del tavolo sotto di lei, così le braccia tese ai lati sono in tensione e la obbligano in quella posizione e non può sollevarsi sulle gambe, anche se tocca il pavimento. Le gambe sono saldamente legate l’uno all’altra con una serie di fasce parallele, distanti tra loro 20 cm, che vanno da appena sotto il gluteo fino alle caviglie.

Con una legatura così costretta voglio trasmetterle delle sensazioni precise: voglio che si senta in una morsa senza via di fuga e si rassegni, voglio che senta la pressione delle cosce sui genitali e si ecciti ancora di più, voglio che con le gambe serrate si senta poco esposta, tutto sommato coperta e protetta.

Se davvero si convincerà di essere al sicuro, si ingannerà. Vederla incappare in questa piccola trappola mentale solletica il mio lato sadico. È la cosa più eccitante!

E’ vero che in genere mi piace andare per gradi, non concedermi troppo e forse la mia prima volta con una donna doveva essere diversa. Ma questa cosa la desidero da troppo tempo!

Lei non sa cosa faccio alle sue spalle, ma sfodero il mio nuovo gioco, uno dei regali che ho ricevuto in risposta al mio annuncio. Indosso il mio strap-on nero sfavillante, lo lubrifico a volontà e mi avvicino a lei. Non voglio rovinare la sorpresa, sono prudente, le poggio le mani sui glutei, ma faccio come per sistemare le legature. Prendo confidenza, le separo la carne e guardo la sua pelle più nascosta. Penserà ancora che intendo solo guardare. Poi poggio la punta del fallo di gomma proprio in corrispondenza dell’ano. Appena appena deve sentirne il peso, ma non deve capire che voglio fare. Testo la reazione, mi sembra tesa ed ancora non dice nulla, forse un po’ di paura ce l’ha. La cagna freme di anticipazione, comincia a mugolare e contorcersi, per quanto può nella legatura stretta. Comincio a sospettare che dopotutto le piacerà, a questa cagna, di farsi sodomizzare, non vede l’ora. Sarebbe una tortura molto più efficace rimanere così, farglielo sentire solo dall’esterno farla patire nel dubbio ed aumentare il carico della sua eterna insoddisfazione. Dannata ninfomane!!

E va bene, chi se ne frega di quello che vuole lei e quella che sarebbe la punizione più crudele! Glielo infilo nel culo tutto fino in fondo, lento e deciso. Urla, urla pure! Tanto questa è solo una fantasia.

Sei fortunata che non ho ancora insonorizzato la stanza delle torture.

Sogni

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Alla fine dell’estate scorsa, ho fatto un sogno significativo.

 Ero ad una cerimonia, in una sala piena di gente anonima, signori e signore di mezza età. Io ero seduta ad uno dei tavoli, coperto da una lunga e lucida tovaglia bianca.

Al posto accanto al mio c’era un uomo anziano, sulla sessantina, un po’ dimesso, normale. Aveva la sua mano tra le mie gambe, sotto la gonna, con le dita mi toccava. Ero pietrificata dall’imbarazzo! Ero convinta che tutti se ne fossero accorti e che mi considerassero alla stregua delle puttanelle di Berlusconi, spregevoli vipere assetate di potere.

 Era un disagio talmente forte da avermi annichilita: non riuscivo a sottrarmi a quell’umiliazione. E mi sentivo in colpa per la mia incapacità di reagire. Mi sentivo usata, abusata. Speravo solo che finisse in fretta e mi lasciasse in pace!

All’improvviso però ciò che percepisco muta radicalmente: mi accorgo del piacere che la sua mano riesce a suscitare e ne sono travolta.

 Ero ad un tratto consapevole che non ero io a fare qualcosa per lui.

 Ma era lui che stava facendo qualcosa per me!

 Non appena dismessi i sensi di colpa il mio corpo ha ceduto, la schiena ha perso la sua rigidità, la testa china in avanti ed avevo solo voglia di gridare senza ritegno. Fregandomene della gente che mi circondava. Che liberazione!

Fantasia strutturata 1 – Shibari

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Sono mesi che penso a te, che penso a te mentre mi masturbo, che sono ossessionata dall’idea di fare di nuovo l’amore con te.

Lo so che è sbagliato, ci siamo lasciati ormai da tre anni e dovrei cercare di mantenere un contegno in tua presenza. Sarebbe meglio vedersi in un luogo pubblico ed affollato, lontano dalle nostre rispettive case. Io, a differenza di te, non so controllarmi.

 Sono mesi che da sola ripercorro la stessa sequenza con la mente e sento la fame crescermi nelle viscere, salire lungo la pancia, il collo e le cosce.

 Finché eravamo insieme io giocavo alla sottomissione. Tu mi dominavi senza esagerare (quasi mai). Quando mi stringevi le mani intorno al collo mi scioglievo e perdevo ogni volontà di liberarmi.

 In questi anni ho continuato a cercare uomini che mi dominassero, poi è scattato qualcosa. All’improvviso, da un giorno all’altro, ho sentito di dover cambiare ruolo nel gioco.

 Adesso ho quest’idea fissa… di volerti legare.

 Ti porto a casa e ti dico che dobbiamo fare l’amore, che voglio vederti nudo e stringere le tue spalle ed il tuo ampio petto tra le mie corde.

Non sono brava, sono agli inizi, ma ho già scelto la legatura per te. Una semplice ma efficace per immobilizzare le braccia ai lati del busto.

 Ti mostro la corda, nella sua matassa ordinata e precisa. Sporge solo un nodo, facile da sciogliere, che ho fatto apposta per ritrovare in fretta la metà della sua lunghezza. Piccoli accorgimenti per per non farti aspettare. Togliti i vestiti, fai in fretta!

 In piedi davanti a me, mi sovrasti. Vorrei inginocchiarmi ai tuoi piedi, accarezzare le tue gambe solide come colonne e baciare il tuo pene, farlo scorrere tra le mie labbra fino al fondo della gola. Il ricordo mi eccita. Ma è più divertente questo gioco nuovo, che insieme non abbiamo mai fatto.

 Inizio dal collo, una serie di nodi, le corde fino al bacino, non occorre andare oltre. Lego il busto in una tela di ragno. Tu non devi muoverti, faccio tutto io.

Sei bello, la corda ti dona. Stringo un po’. Non sei magro: sei robusto, sei solido. Dispongo le corde negli incavi tra i muscoli, così che ne sottolineino la forma. Se dovessimo lottare, con la tua forza mi schiacceresti in un attimo. A breve invece non potrai più muoverti, e potrò disporre di te come vorrò.

Riporto i due capi della corda in alto: ora devo fissare le braccia al busto. Non occorre che sia stretto, non voglio che tu stia scomodo, ti lascio un po’ di movimento, tanto non potrai mai sfilarle da questa trappola!

Fisso i due capi finali sul davanti, ho usato completamente 20 m di corda! Ammiro il tuo corpo e mi compiaccio della mia rete.

 Chi sa cosa pensi! E’ stranissimo vero!? Non mi avresti mai immaginato in questo ruolo, così sicura delle azioni che compio! Non posso trattenermi dal sorridere soddisfatta.

Ti conduco dolcemente al letto, ti faccio sedere, sistemo i cuscini tra la tua schiena ed il poggiatesta.

Non so se ti ricordi quanto mi piaceva questa posizione. E’ questa che immagino ogni volta che ripenso a te. E se ci penso quando sono sola a letto finisce che devo tirar fuori il vibratore dal cassetto del comodino. E’ capitato che ci pensassi anche mentre a letto non ero sola.

Mi libero anche io di qualche indumento: scarpe, calze, mutandine, il vestito lo tengo. Le pieghe della gonna nascondono quello che succede sotto.

 Sono passati anni, ma come ti conosco ancora bene!

Lo faccio solo per me, non per te: voglio sentire il tuo pene nella mia bocca ed il suo sapore. Questa volta però non puoi accarezzarmi i capelli ed accompagnare la mia testa nei movimenti che ti piacciono! Adesso decido tutto io!

 Ma procediamo, sono io che voglio sentire la tua lingua! Salgo sul letto, metto i piedi ai tuoi lati, accanto alle mani intrappolate. Sollevo il tessuto perché devi leccarla.

Poi indietreggio e finalmente mi accovaccio su di te. Appena scivoli dentro di me – finalmente – riconosco la sensazione. Le labbra ben divaricate, mi sento riempita e bagnatissima. Come ero ingenua a dire che quei due erano fatti l’uno per l’altra e che si sarebbero appartenuti sempre! Oppure era vero: guarda quanto ancora si desiderano a vicenda.

Però che bello, quasi basterebbe questo!

Muovendomi appena in questa posizione sento la punta scorrere nella parete anteriore della vagina, le labbra allargarsi, il clitoride premere contro la tua pancia. Da qui bastano piccoli movimenti per stimolarlo.

Mi ricordo quella volta a Firenze, ero così, abbracciata a te, quando mi sussurrasti che volevi mettermelo nel culo. Io non avevo mai fatto sesso anale. Le tue parole mi spaventarono. Venni all’istante.

 Pensare a quella situazione mi eccita da morire ancora oggi, ed infatti sento che manca poco. Tu non puoi muoverti molto, ma cerchi di assecondare il mio ritmo. Che gioia vederti preoccupare del mio piacere, dovrei sentirmi in colpa per usarti come un giocattolo?

 Trattengo il respiro… sento prima il gelo condensarsi nei lombi, poi riverberarsi in pulsazioni fortissime. Dei gemiti mi sfuggono inavvertitamente. Annaspo per ritrovare aria, mi tremano le braccia e sto ancora godendo.

 -Scioglimi-

Non è perentorio, né una richiesta impaurita.

Sono ipnotizzata, intontita dalle sensazioni che ancora mi sento addosso, brividi alle gambe quando mi alzo. Slaccio i facili nodi dei due capi finali a cui tu non potevi arrivare. Quando le braccia si liberano ti divincoli, getti via le funi che cadono a terra tutte attorcigliate.

-Ohi- non va bene –la mia corda!-

 Poi ti avventi contro di me! Con decisione mi prendi i polsi, me li stringi dietro le spalle e mi porti di peso alla scrivania. Non riesco ad opporre resistenza anche se comincio ad avere paura. -E’ arrabbiato? Se gli dicessi di fermarsi lo farebbe?- mi domando, ma non oso fiatare!

Mi spingi contro l’orlo del tavolo, le tue gambe premono dietro le mie, una mano si stringe contro la mia nuca e la spinge in avanti. Mi schiacci contro il tavolo con il tuo peso, ho la faccia su un libro e i capelli in bocca. Sono sospesa nell’attesa. Sento la tua mano muoversi tra me e te, alzarmi la gonna, frugare tra le gambe e le natiche, prendere l’uccello e strofinarlo, ma solo per un attimo. Ho capito quello che vuoi fare e subito dopo l’ho sentito. Il dolore si è propagato lungo la spina dorsale come calore. Come il mio urlo soffocato. -Va bene, tu puoi farmi quello che vuoi-

La rassegnazione trasforma il dolore in piacere, non solo la delizia di farsi usare, piacere vero.

Non hai più bisogno di tenermi qui col la forza, non vado da nessuna parte, tu puoi farmi quello che vuoi.