Denunciare uno stupro in Italia

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Guardo Presa Diretta, una puntata sulla violenza di genere.

Iacona è vagamente vetero-femminista, ma non ho da obbiettare su quello che ho visto fin ora.

I fatti narrati in questo servizio non sono poi tanto diversi da quelli che affrontava la vecchia guardia. L’Italia è largamente indietro nel processo di emancipazione.

Chi denuncia uno stupro è messo sul banco degli imputati, non il presunto colpevole.

Se capitasse a me, non denuncerei. Chi mi crederebbe? Sono notoriamente una poco di buono.

Organizzerei piuttosto una spedizione punitiva.

Il diritto all’aborto e all’autodeterminazione

L’Italia non è davvero un paese laico, però in Europa c’è chi è messo peggio di noi.

L’estate scorsa sono stata in Irlanda per una vacanza studio (nonché di turismo sessuale).

Lì non sono garantiti certi diritti e servizi che io do per scontati, ad esempio le scuole private sono migliori di quelle pubbliche, la sanità è piuttosto costosa, i lettini solari sono illegali.

Ma ciò che mi ha letteralmente inorridito erano i manifesti pro-life ad ogni angolo di strada! Minuscoli adesivi appiccicati nei bagni pubblici di musei ed aeroporti offrivano supporto a quelle persone che volessero recarsi in UK per abortire.

In Irlanda il diritto all’aborto è negato dall’ottavo emendamento della costituzione che equipara il diritto alla vita del nascituro al diritto alla vita della madre. Questa legge rende l‘interruzione di gravidanza un illecito penale sotto qualsiasi circostanza, fin dal momento del concepimento, sia in caso di stupro che incesto o anomalia fetale. 

Un caso emblematico e, secondo me, raccapricciante, è quello di Sheila Hodgers a cui fu imposto di interrompere la chemioterapia quando si scoprì che era incinta. Costretta a portare avanti la gravidanza, sia lei che la figlia morirono poco dopo il parto.

Se trovavo disgustoso il poster di Roma, prontamente rimosso dalle istituzioni, immaginate cosa penso di immagini come questa!

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La vittima di uno stupro non ha bisogno di un aborto, solo di supporto.

E in cosa consisterebbe questo supporto? Un abbraccio e qualche spiccio?

No, grazie. Preferiamo il diritto all’autodeterminazione.

Attendiamo intanto l’esito del referendum abrogativo previsto per il prossimo 25 maggio.

 

Il paradosso della tolleranza

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Ho aspettato un po’ di tempo prima di esprimermi su questo punto.

Tutto nasce, e qualcuno lo sa già, dall’accusa che mi è stata mossa, di essere intollerante.

Dietro a quest’affermazione si nascondono una serie di equivoci.

Prima di tutto, io non ho mai detto di essere “tollerante”. In ambito privato, infatti, io frequento solo persone atee, sex positive, queerfriendly e possibilmente di sinistra. Mi piacciono le buone maniere, la ragionevolezza e le regole, sia farle che seguirle.

Nelle mie amicizie sono infatti abbastanza selettiva. Se non stimo una persona o non mi è vicina per modo di sentire, ragionare e comportarsi, allora preferisco rimanere a livello di mera frequentazione. In ogni caso, non si può sindacare con quali modalità io scelga i miei amici. E’ così e basta.

In ambito pubblico cerco di essere effettivamente tollerante. Per via del lavoro e degli hobby, devo relazionarmi con un sacco di gente e cerco accuratamente di evitare i conflitti.

Però ci sono dei limiti oltre ai quali non si può lasciar correre. E’ una questione di etica.  Ci sono delle regole civili basilari che tutti sono tenuti ad osservare. Tra queste è che non si possono esprimere idee discriminatorie, razziste o misogene.

Per me uno può pensare quello che vuole, non sta a me decidere le convinzioni altrui. Ma se queste idee vengono pronunciate o messe per iscritto in pubblico, allora è essenziale intervenire con un ammonimento, una sanzione o un ban.

Siamo abituati, anche grazie all’uso criminale che si fa della tv, che qualsiasi idea sia legittima e possa essere espressa impunemente. Ma non è così: razzismo e maschilismo non sono opinioni ammissibili. Chi veicola messaggi discriminatori è un criminale.

Si può essere tolleranti verso la criminalità? No.

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Per quelli che vorrebbero che io sopportassi qualsiasi cosa e fossi tollerante con gli intolleranti, consiglio la lettura di questo articolo dal sito thesubmarine.it che offre una panoramica alla luce dell’attualità sociopolitica.

Buona festa delle principesse

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Vero annuncio da La Gabbia

Ieri su fetlife ho partecipato ad una discussione sul “post femminismo”.

Qualche donna affermava, riassumendo, che le post-femministe sono sciacquette con le tette di fuori, odiano i bambini e vogliono dare l’utero in affitto ai gay privilegiati.

Qualche uomo rilanciava che il movimento aveva senso negli anni ’70, ma ora che le donne hanno ottenuto tutto quello che era possibile ottenere, protestare non ha più alcun senso.

Non so questi dove vivano…

Molti pensano che chi fa BDSM debba aver per forza maturato una certa sensibilità riguardo la tematica delle discriminazioni. Ma dall’osservazione della realtà, non è così.

C’è un sacco di gente superficiale o coscientemente misogina, razzista, aggressiva…

Per chi interessasse, su Netflix c’è un piacevole documentario sulla storia del movimento femminista in America She’s beautiful when she’s angry.

Io mi ritengo femminista (intersezionale) in quanto desidero un mondo in cui tutte le persone possano realizzarsi completamente e liberamente come individui senza discriminazioni di genere, etnia e situazione economica. Quindi non per le donne, ma per tutti. 

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Riflessioni sulla sicurezza negli incontri online – un’esperienza personale

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Di recente ho sollevato una discussione riguardo cosa fare quando, in contesto virtuale, ci si imbatte in utenti dai modi predatori.

In particolare mi riferivo ad un’esperienza vissuta in prima persona poco dopo aver aperto il mio account Fetlife.

Appurato che ero una donna single e senza esperienza, due master mi hanno fatto pressione incrociata affinché accettassi di incontrare da sola uno dei due in un B&B a 100 km da casa mia.

Ovviamente ho risposto no.

Alcune persone mi hanno fatto notare che non sono stati commessi reati e non posso provare che le persone in questione avessero davvero cattive intenzioni. Concordo.

Oggettivamente però un incontro al buio di questo tipo è rischioso. Quei due cercavano di convincermi che era una irripetibile opportunità di conoscere un master di grande esperienza e che non avevo motivo di preoccuparmi. Mi stavano frodando.

Passatemi questa similitudine, seppur esagerata: è come se un signore avesse offerto un passaggio ad un bambino e questi avesse rifiutato. Il bambino sta bene e nessuno può dimostrare che l’altro fosse un malintenzionato.
Allora tutto ok? Per niente! E’ stato proposto ad un bambino di mettersi in una situazione di vulnerabilità. Questo è di per sé sbagliato.

Noi siamo adulti, non siamo bambini. A qualcuno di noi sarà anche capitato di incontrarsi direttamente in hotel, scopare e arrivederci! Se c’è consapevolezza dei rischi e consensualità, perché no?
Non è invece ammissibile quando una delle parti cerchi di convincere l’altra che si tratta di una situazione sicura.
Perchè non è così. Il consenso è valido solo se informato. Altrimenti è abuso.

La mia posizione è che, anche se non si commettono reati, è sbagliato indurre con l’inganno una persona ad assumere comportamenti potenzialmente rischiosi per la propria incolumità.

Cosa posso materialmente fare ora che ho assunto questa posizione?

Niente contro le persone che ai miei occhi sono predatori. Posso sensibilizzare però sull’argomento della sicurezza le persone che frequento dal vivo o nei gruppi di discussione online.

Una prima risorsa è certamente l’articolo, in inglese, “10 consigli per la sottomessa novizia, single ed eterosessuale” di J. Wiseman. Per gli iscritti a Legami, è disponibile una traduzione in italiano a questo link.