Il paradosso della tolleranza

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Ho aspettato un po’ di tempo prima di esprimermi su questo punto.

Tutto nasce, e qualcuno lo sa già, dall’accusa che mi è stata mossa, di essere intollerante.

Dietro a quest’affermazione si nascondono una serie di equivoci.

Prima di tutto, io non ho mai detto di essere “tollerante”. In ambito privato, infatti, io frequento solo persone atee, sex positive, queerfriendly e possibilmente di sinistra. Mi piacciono le buone maniere, la ragionevolezza e le regole, sia farle che seguirle.

Nelle mie amicizie sono infatti abbastanza selettiva. Se non stimo una persona o non mi è vicina per modo di sentire, ragionare e comportarsi, allora preferisco rimanere a livello di mera frequentazione. In ogni caso, non si può sindacare con quali modalità io scelga i miei amici. E’ così e basta.

In ambito pubblico cerco di essere effettivamente tollerante. Per via del lavoro e degli hobby, devo relazionarmi con un sacco di gente e cerco accuratamente di evitare i conflitti.

Però ci sono dei limiti oltre ai quali non si può lasciar correre. E’ una questione di etica.  Ci sono delle regole civili basilari che tutti sono tenuti ad osservare. Tra queste è che non si possono esprimere idee discriminatorie, razziste o misogene.

Per me uno può pensare quello che vuole, non sta a me decidere le convinzioni altrui. Ma se queste idee vengono pronunciate o messe per iscritto in pubblico, allora è essenziale intervenire con un ammonimento, una sanzione o un ban.

Siamo abituati, anche grazie all’uso criminale che si fa della tv, che qualsiasi idea sia legittima e possa essere espressa impunemente. Ma non è così: razzismo e maschilismo non sono opinioni ammissibili. Chi veicola messaggi discriminatori è un criminale.

Si può essere tolleranti verso la criminalità? No.

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Per quelli che vorrebbero che io sopportassi qualsiasi cosa e fossi tollerante con gli intolleranti, consiglio la lettura di questo articolo dal sito thesubmarine.it che offre una panoramica alla luce dell’attualità sociopolitica.

Concetta Licata, u sticchiu e il porno con trama

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Ieri sera ho suggerito a Damiano di guardare insieme un porno con trama e masturbarci.

Lui ha sapientemente suggerito Concetta Licata, un porno con trama diretto da Mario Salieri, interpretato da Selen ed ambientato, ovviamente, al Sud.

I fidanzati Santino e Concetta assistono all’assassinio di due poliziotti da parte di due malavitosi. Santino, pregiudicato, viene arrestato e decide di testimoniare. Il direttore del carcere è però colluso con la mafia e usa approfittare sessualmente delle mogli e fidanzate dei detenuti.

I rapporti sessuali rappresentati sono quasi sempre non consensuali: o sono estorti col ricatto o le donne vengono drogate. Durante le scene di sesso, abbastanza brevi, alle donne vengono rivolti insulti umilianti in dialetto.

Zuca la minchia, zuca, troja! Cessa! Bottana…  Tu mittu int u sticchiu! 

E’ stupro. Però è un film, una finzione. Per masturbarsi va bene.

Bello. Come fosse un tranquilla serata tra cugini.

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La storia degli uomini e delle donne. L’importanza del genere nella lingua che parliamo

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Chi mi conosce sa che ho una grande passione per i documentari, soprattutto di Archeologia e Storia Antica.

Ogni volta che sento un esperto o, peggio ancora, un’esperta, parlare di STORIA DELL’UOMO, mi saltano i nervi!

Diamine, sei una donna! Come fai a dedicare la tua vita alla storia degli uomini??!

E le donne?? Io sono femmina e non mi sento rappresentata!

Va bene parlare di genere Homo Sapiens, perché in latino la parola homo si riferiva all’umanità, mentre si usava vir per i maschi e mulier per le femmine.

La parola uomo in italiano ha però un’accezione diversa e si riferisce agli individui maschi.

Capisco la comodità di far ricorso al neutro maschile nei casi in cui non ci sia un nome collettivo (ad esempio rivolgendosi ad un gruppo di amici, sia maschi che femmine, con la parola ragazzi).

Ma in questo caso la parola umanità esiste, utilizziamola!

Lo so che a tante persone queste sembrano sciocchezze, boldrinate. Ma senza essere esperti di socio-linguistica, dobbiamo essere consapevoli che la lingua che parliamo plasma il pensiero nostro e delle persone a cui ci rivolgiamo. E quindi influenza la società in cui viviamo.

Consiglio questo articolo su come all’Università di Lipsia abbiano deciso di utilizzare il genere femminile come genere “neutro”, ad esempio “le professoresse” come termine per rappresentare la collettività del corpo docenti dell’ateneo, composto ovviamente sia di maschi che di femmine.

Un approfondimento, in generale, sul sessismo della lingua italiana, nell’articolo infermiera sì, ingegnera no sul sito dell’Accademia della Crusca.